LA LIQUIDAZIONE DEL PATRIMONIO “ IN CONTINUITA’ “

Ad una prima lettura l’espressione “liquidazione del patrimonio in continuità” sembrerebbe quasi un controsenso. In effetti, il concetto di “liquidazione” fa pensare a qualcosa che si ferma per sempre, e che non continua.

Eppure, anche se nel testo della Legge 3 non troviamo mai testualmente quest’espressione, vi sono tuttavia una serie di frasi e “indizi” nascosti tra le righe (non li cito per ragioni di spazio) che mi hanno indotto a pensare che quest’idea non fosse poi così bizzarra.

In effetti, la Legge 3 è nata per dare al sovraindebitato (onesto ma sfortunato) la possibilità di cancellare i propri debiti mettendo a disposizione dei creditori, per almeno 4 anni, tutto il suo patrimonio … in parole povere “mettendo sul piatto” tutto ciò che ha.

Mi è stato fatto notare che in Italia ci sono parecchie persone (molte delle quali non più giovani) che non posseggono nulla fuorché:

  • Il proprio cervello
  • La propria capacità ed esperienza professionale
  • Qualche piccolo bene strumentale di modesto valore la cui unica funzione è consentire ai due suddetti elementi di produrre reddito

Non è forse anche questo un “patrimonio” ? Ad avviso di chi scrive, sicuramente sì.

Forse non immediatamente tangibile, ma produttivo di concreti risultati monetari (perché, fino a prova contraria, il lavoro qualificato viene remunerato).

Occupandomi di Legge 3 da quando esiste, mi sono dunque fatto la seguente domanda, che mi è stata peraltro posta spesso anche da tanti miei assistiti: può un artigiano, un piccolo imprenditore, o un libero professionista  – tramite la Legge 3 – proseguire la propria attività, pur in presenza di ingenti debiti ?

Dopo aver fortunatamente portato a buon fine alcune pratiche di questo tipo presso il Tribunale di Brescia , la risposta che mi sento di dare è “sì … se i debiti non sono dovuti a comportamenti imprudenti o azzardati (in altre parole, se il sovraindebitato è stato onesto ma sfortunato).

In certi casi infatti, la Legge 3 può consentire al piccolo imprenditore di “dormire la notte”, e lavorare serenamente di giorno, destinando ai creditori ciò che riesce a pagare con i frutti della propria attività lavorativa, detratte le spese di sostentamento. Il tutto sotto la “protezione” giudiziaria, cioè senza che i creditori possano porre in essere individualmente pignoramenti o azioni di qualunque tipo volte a recuperare il proprio credito.

Il Tribunale di Brescia ha ritenuto di poter validare un piano di liquidazione del patrimonio in cui l’imprenditore individuale o il libero professionista di turno ponessero in vendita i beni strumentali alla propria attività (ed altri eventuali elementi che compongono il loro patrimonio) ma lo facessero alla fine della procedura, continuando cioè a svolgere la propria attività, e destinando parte dell’utile netto mensile ai creditori. Tale approccio peraltro è apparso assolutamente ragionevole, dal momento che  – se togliessimo al sovraindebitato i propri beni strumentali – gli impediremmo di lavorare, dunque di produrre utili a beneficio dei creditori, in tal modo danneggiando sia loro che la procedura.

Parimenti, tale possibilità è stata – giustamente – negata dal Tribunale nel caso di attività sistematicamente in perdita, in quanto – se si consentisse ad un sovraindebitato di proseguire un’attività in perdita durante la procedura – paradossalmente si farebbe il suo male, poiché tale prosecuzione di attività creerebbe nuovi debiti, che non potrebbero essere poi cancellati dal Giudice tramite il provvedimento di esdebitazione, in quanto maturati successivamente all’inizio della procedura.

Ma non solo. Una volta chiusa la procedura, tali debiti potrebbero dar luogo a pignoramenti da parte dei creditori agguerriti, dunque si tornerebbe al problema di partenza.

Certo, non tutti i Tribunali si sono dimostrati d’accordo con questa impostazione. Ad esempio, il Tribunale di Mantova ha recentemente negato la possibilità che un piano di liquidazione del patrimonio fosse fatto solo da quote di reddito da versare mensilmente alla procedura. Dimostrando – in questo – un approccio meno flessibile, ma a mio avviso meno rispondente alle finalità e allo spirito della Legge 3, che è – principalmente – quello di risolvere situazioni di miseria e disperazione.

E’ vero. La Legge 3 non è scritta bene, in quanto troppo generica.

E’ vero. Intorno alla Legge 3 è proliferata la più totale disinformazione, spesso alimentata da “consulenti” spregiudicati che hanno speculato su situazioni disperate.

Ma è altrettanto vero che si tratta di una legge che – se applicata con correttezza, onestà, e competenza – può risolvere situazioni tragiche e avere un’importante funzione sociale.

Usiamola bene.

Usiamola col buon senso.

E soprattutto, usiamola con la buona fede.

INFALLIBILI, privilegio o disgrazia?

Con la Legge n. 3 del 2012  per il sovraindebitamento detta “salvasuicidi” molto è stato fatto e si sta facendo nel Paese, attanagliato da una crisi economica epocale che ancora non accenna a finire, per chi si trova nella dolorosa condizione di essere “debitore” verso terzi che essi siano persone giuridiche, fisiche o lo Stato.

Ma condizione fondamentale è la disponibilità di beni (mobili e/o immobili) da mettere a disposizione del parco creditori, sotto controllo del Giudice – che nomina un “tecnico” per l’analisi – e con l’assistenza, per il sovra indebitato, di professionisti legali e fiscali.

E tutto questo è possibile se il debitore ha qualcosa da offrire per estinguere il debito pur non raggiungendo la somma dovuta al creditore congelando, dal momento dell’istruzione della pratica, ogni ulteriore addebito dovuto a interessi passivi e, molto spesso, ad anatocismo.

Ma la “persona fisica” (non quella giuridica di capitale o persone), il libero professionista, il lavoratore con ditta individuale, l’artigiano è poi veramente e completamente riabilitato e ha la possibilità di ripartire davvero ricominciando una vita “pulita”?

Questo è il tema centrale che intendiamo sviluppare e per questo motivo che con il Patrocinio dell’Ordine degli Avvocati di Milano, del Comune  e della Scuola di Formazione e l’Associazione FAVOR DEBITORIS, che da anni si occupa di questi argomenti, abbiamo deciso di collaborare e promuovere questa giornata di studio.

Pur non essendo esperti della materia giuridica, in questi anni spesso la nostra Associazione si è trovata ad affrontare temi come la solitudine, la disperazione, il fallimento personale, l’impossibilità di ripartire nonostante Istituzioni come FWA del Comune di Milano (Fondazione Welfare Ambrosiano) forniscano garanzie totali al prestito richiesto (secondo un preciso iter e con precisi limitazioni) alle Banche dallo stesso indicate e cui lo stesso opera.

  1. Riteniamo importante lanciare la proposta/idea di costituzione di un ALBO delle “persone in stato di crisi” per responsabilità incolpevole da sottoporre agli Organi Giuridici dello Stato;
  2. Proporre quindi la costituzione di un “fondo economico” alimentabile da privati (persone giuridiche e fisiche) che possiamo definire sponsor etici affinché i professionisti che prestano la loro conoscenza e capacità (come gli OCC) vengano regolarmente retribuiti per le loro prestazioni professionali in attesa chi si sviluppi il GRATUITO PATROCINIO a spese delle Stato;
  3. Questo primo incontro presuppone la volontà della nostra Associazione di farne un “format” ripetibile sia presso altri OdA e/o OCC di altre città, sia di sedi istituzionali da individuare allo scopo di diffondere il tema e le opportunità. A questo proposito in data 8 settembre abbiamo mandato con posta certificata a tutti gli Ordini degli Avvocati del Paese un invito a farsi promotori di questi temi attraverso convegni, seminari, tavole rotonde.

Ne parleremo noi intanto con tanti esperti, affrontando la questione e confortati dalla loro esperienza professionale, il prossimo 8 ottobre al Salone VALENTE (accanto al Tribunale di Milano) dalle 10.30 alle 18.30 con la volontà e l’intenzione di sollevare la questione affinché si possano trovare soluzioni.

Nel mare… un fiume!

18557249_10212721764549712_5126444059992778401_nTra quel mare che custodisce i corpi di oltre 30.000 esseri umani che sono bambini, donne e uomini che non ce l’hanno fatta a toccare terra, il 20 maggio un fiume immenso ha invaso Milano.

Noi abbiamo invaso gioiosamente Milano.
Noi abbiamo cantato e ballato tra mille colori a Milano.
Noi abbiamo fatto di Milano una città ancora migliore.

Milano che è avanti, che precorre, che immagina e compie concretamente atti e azioni. Non solo parole ma fatti.

E i centomila di ieri sono e resteranno un fatto.
O a Milano ci sono centomila radical chic?

Non sta certo a me e alla nostra Associazione aprire un dibattito su “chi” c’era e da dove proveniva ma credo, dopo oltre sessant’anni che ci vivo in questa città, di non avere mai avuto contezza di centomila snob e parvenu che avrebbero ieri partecipato e alimentato questo immenso fiume.

Ma sta a me in questa sede, e ne sono orgoglioso e fiero, ringraziare Pierfancesco Majorino perché ha testardamente voluto questo 20 maggio e i suoi collaboratori e amici tutti con lui.

E citando Majorino: E’ ora di smetterla di contrapporre i poveri di questo Paese come chi è in disagio economico e sociale, dando la responsabilità a chi arriva scappando dal terrore, dalla fame, dalla morte

E’ ora, dico io, di occuparsi anche di chi è in disagio che sia immigrato, rifugiato o italiano.

Perché siamo tutti uguali e tutti abbiamo gli stessi diritti e doveri quando stiamo sul suolo del nostre Paese!

 

Il muro.

Anche io sarò presente sabato 20 maggio alla manifestazione “contro i muri”, ci sarò personalmente e come appartenente all’Associazione che da anni lotta per abbattere un muro: quello dell’indifferenza.

La voce dell’indifferenza verso le persone umane di ogni razza, etnia, religione ed estrazione sociale.

Anche la nostra di voce, di noi “lavoratori liberi” e indipendenti, da troppo tempo abbandonati e non ascoltati dalle Istituzioni.
La voce delle donne e degli uomini che hanno fatto parte del tessuto sociale ed economico di questo Paese e che da questo Paese non sono considerati e ascoltati. Quegli esseri umani che vogliono tornare ad avere voce e ad essere protagonisti della loro vita ed esistenza.

Per questo partecipo con convinzione e gioia contro i muri. Tutti. Nessuno escluso.

Anche quello che ci è stato messo contro.

Il 20 maggio tutti insieme!

Se il lavoro manca…

Oggi si dovrebbe celebrare il “giorno di festa del lavoro e dei lavoratori” ma il condizionale è d’obbligo. Un tempo verbale non cercato, non voluto, non richiesto.
Ma purtroppo necessario.

Oggi è la festa di tutti i lavoratori, donne e uomini giovani e meno giovani, dipendenti e professionisti e autonomi. Oggi è la festa che dovrebbe essere di tutti e non lo è.

Ormai da troppi anni – e nessuno lo vuole capire! – si è scatenata una “guerra” inutile e fratricida tra lavoratori e cioè di chi dipende e di chi lavora in proprio. Una stupida lotta senza senso che ha contrapposto i lavoratori tra chi sostiene che il “dipendente” è un fannullone e tra chi afferma che  “professionisti e autonomi” sono evasori.

E’ ora di dire BASTA!

Il lavoro è di tutti e per tutti. Il lavoro è lo strumento che porta la dignità per sé e per gli altri. Nessuno escluso. E come in ogni ambito le mele marce esistono, eccome se esistono! Ma non per questo si deve fare di “tutta un’erba un fascio” generalizzando sempre e affondando nell’analfabetismo funzionale, così comodo di questi tempi  a molte e troppe persone che sono alla guida del Paese.

Fondamentale sarebbe che tutti si unissero, andando oltre l’appartenenza politica e partitica, perché si possa dare un segnale forte a questo Paese e a chi, “eletto” da molti e voluto da pochi, si occupa del LAVORO.

Buon 1° maggio!

 

Quasi quarant’anni.

GIULIO_06.02.2017Lo scorso 30 gennaio allo SPAZIO MELAMPO di Milano l’Associazione si è presentata al pubblico iniziando così il suo quinto anno di attività.  Nei primi quattro abbiamo svolto azioni di intercettazione del disagio in quelli che erano i Consigli di Zona e che oggi sono Municipi. Abbiamo incontrato donne e uomini che si rivolsero a noi per raccontare la loro storia di disagio e di difficoltà, storia che nessuno di loro avrebbe mai resa pubblica perché nessuno di loro ha ciò che viene definita come “coscienza di classe”. Un libero professionista, un artigiano, un autonomo non dirà mai pubblicamente che è in difficoltà perché equivarrebbe a togliergli la possibilità di avere lavoro. Chi voi si fiderebbe di una persona che è senza lavoro? Chi di voi non penserebbe che se si trova in questa situazione se l’è cercata? Oppure non è stato capace di cavarsela e quindi vale poco?
Da qui nacque l’idea, poi divenuta realtà, della prima rete di lavoro indipendente: REWORK 3.0 .

Ritorno con la memoria agli anni ’80, alla “Milano da bere”, a quel modo di vivere dove tutto andava bene.
Un mondo nel quale tutto andava bene, c’era lavoro, c’era la “gente” che stava bene, che produceva.
Almeno in apparenza.

Era infatti fumo, finzione.

Sicuramente funzionava per pochi, ma tutti gli altri stavano al gioco nella speranza non si sapesse che cercavano commesse, clienti, affari. Sull’onda appunto di un benessere fittizio. Erano gli anni di MILANO 2 di cui pochissimi oggi ricordano le origini. Erano gli anni nei quali ciò che contava più che essere era apparire. Perché appunto sull’apparenza si creava la credibilità delle capacità che magari erano finte. Ma tutto andava bene e il denaro scorreva, scorreva, scorreva…

Poi arrivo MANI PULITE e quel castello di carte crollò. Perché si prese coscienza di un sistema marcio e inaccettabile che aveva in tantissimi casi messo le persone per bene – che erano e sono tantissime – nella condizione di essere accomunati agli evasori e ai furbi.

Tante persone normali che passavano per ciò che non erano, alimentando una spietata guerra tra chi svolgeva un lavoro dipendente, e quindi con coscienza di classe, e chi invece giocava sulla propria pelle con onestà e fatica privo di qualsiasi coscienza di classe che poi vuol dire solidarietà di categoria, attenzione dei media, della politica.

La Seconda Repubblica promise o cercò di promettere cambiamenti ma che invece portarono alla ormai nota globalizzazione e ad un edonismo sfrenato nel quale, seppure in forma e modo diverso, ancora apparire era più importante che essere. Poi arrivò il tanto temuto e per molti inaspettato 2008 nel quale la gigantesca bolla finanziaria esplose aprendo di fatto e palesemente la spaventosa crisi che scavò sempre più il divario tra le persone mandando in crisi la società.
E’ storia nota ed anche abbastanza recente e quindi è storia di tutti.

Oggi, che finalmente concetti come solidarietà, sostenibilità, condivisione, eticità hanno fatto breccia nell’immaginario collettivo e nelle corde di molti è ora che di questi temi si faccia realtà.

Per questo la nostra Associazione intende promuovere incontri con i cittadini e chiede, a chi ne ha la possibilità, di promuoverli e organizzarli affinché venga messo a conoscenza e dibattuta la proposta di Albo Etico d’Impresa del Comune di Milano (ma ci auguriamo che anche altre città ne vogliano parlare) che ormai da un anno portiamo all’attenzione dei media e della politica.

Albo Etico d’Impresa del Comune di Milano


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L’idea
La crisi economica del Paese e della nostra città ha messo in ginocchio migliaia di donne e uomini che svolgevano la loro attività come liberi professionisti e lavoratori autonomi, che costituivano una volta un fertile tessuto sociale portatore di competenze professionali e in grado di sviluppare crescita e occupazione di ritorno.
Non solo chi offriva consulenze e servizi ma anche piccoli imprenditori e artigiani d’eccellenza. Quando le commesse crollano velocemente, o gli incassi ritardano oltre il sopportabile, le spese di conduzione di un’attività continuano a decorrere facendo crollare l’attività. E con essa vanno in sofferenza anche tutti i suoi fornitori, determinando una catena inarrestabile di situazioni di disagio che minano le fondamenta della filiera economica sul territorio bloccandone le possibilità di ripresa.
Spesso per queste persone in grave difficoltà economica, l’accesso al credito diventa impossibile perché vengono definite “non bancabili” impedendo di fatto la ripartenza della loro attività professionale o commerciale. La “non bancabilità” è determinata dall’iscrizione alla Centrale Rischi cui ogni Istituto bancario deve fare riferimento. Oggettivamente però in moltissimi casi questa non è causata da specifica volontà truffaldina del debitore iscritto, bensì da una crisi spaventosa che non ha continuato a garantire al professionista i flussi di lavoro e incasso.
Le banche dal canto loro sono obbligate ad attenersi al trattato BASILEA 2. E qui il gioco finisce facendo perdere sia ai creditori ogni possibilità d’incasso o di recupero del credito per insolvibilità incolpevole sia al debitore insolvente ogni speranza di poter ripartire e di far fronte ai debiti.
La stessa Fondazione Welfare Ambrosiano è limitata nell’erogazione del credito proprio da BASILEA 2 poiché, pur facendosi garante – attraverso il Comune e le altre realtà che ne fanno parte quali la Camera di Commercio e la Camera del Lavoro – del prestito in grandissima parte, deve per forza appoggiarsi a un Istituto di credito che “tecnicamente” mette a disposizione il denaro su un apposito c/c. Così come la Fondazione San Bernardino (il cui sostegno viene garantito al 100% dalla Caritas) o strutture come PerMicro. E qui nuovamente il gioco si chiude.
La proposta
Servono nuovi strumenti e nuove idee. Assodato che il Comune non può e non deve fungere da banca è veramente irrimandabile immaginare nuove possibilità e nuovi scenari. Tra questi proponiamo la costituzione di un “Albo Etico d’Impresa” che raccolga Aziende del territorio (ma non solo) disponibili a sostenere economicamente con donazioni di denaro un fondo etico da mettere a disposizione dei lavoratori autonomi in disagio e rigidamente controllato da un Organo al di sopra delle parti come il Comune o altro Ente, dotato di una Commissione di verifica e accertamento della natura del debito e dei motivi del prestito richiesto. Un Albo che preveda premialità per chi ne fa parte e lo alimenta, premialità che devono essere studiate, proposte e gestite dall’Amministrazione.
Il metodo
Anche in questo caso nuove metodologie di approccio sono essenziali. Difatti la proposta vede il coinvolgimento di ben tre aspetti primari nella gestione politica e tecnica del Comune:
Assessorato Politiche Sociali, perché si tratta di cittadini in forte disagio e a rischio di emarginazione – Assessorato alle Politiche del Lavoro, perché si tratta di questioni specifiche attinenti al lavoro – Assessorato al Bilancio, perché l’Albo Etico prevede premialità verso chi sostiene il Fondo e questi benefici non possono essere solamente di carattere Istituzionale e di comunicazione in genere
Nessun Assessorato ha la possibilità di affrontare da solo tale progetto poiché travalicherebbe le competenze altrui sia in termini politici che a burocratici. E’ quindi evidente la necessità di istituire un tavolo interassessorile o una intercommissione che abbia titolo e capacità di far convergere su un unico progetto le diverse competenze tecniche e burocratiche, oltre a condividere politicamente una scelta.
La procedura
Dev’essere creata una Fondazione pubblica/privata (Comune/Imprese) che gestisca le modalità del credito e della restituzione dello stesso. Immaginiamo quindi che l’Albo Etico esista e che Imprese del territorio aderiscano facendo donazioni più o meno cospicue secondo fasce economiche predeterminate dall’Ente gestore. Immaginiamo anche che tali donazioni, a seconda dell’importanza, diano diritto al donatore all’ottenimento di premialità che si concretano in benefìci materiali come rimodulazione della tassazione locale, riduzione o azzeramento della stessa. O altre modalità da individuare e progettare. E’ certo che per il Comune ciò significa un mancato introito nelle casse del Bilancio, ma è altrettanto vero che il sostegno viene offerto da terzi e non dall’Amministrazione che, in caso dovesse erogare direttamente denari, toglierebbe risorse ad alcuni servizi civici senza considerare il costo del denaro che comunque verrebbe chiesto a Istituti di credito. Ed è altrettanto vero che la scelta lungimirante di aiutare il tessuto economico del terziario a rimettersi in moto produce ripresa e nuovi introiti per l’erario cittadino nel breve e medio periodo.
Le fasi
Per dare opportunità vere a questa idea è necessario e imprescindibile che la proposta veda il coinvolgimento ideale anche di altre realtà del territorio con il Comune capofila del progetto. Realtà che a nostro avviso devono , ad esempio, essere:
– Confindustria
– Camera di Commercio
– Confcommercio
– Confartigianato
– Ordini Professionali
e tutte le declinazioni che queste categorie rappresentative possono includere. E’ quindi certamente prima di tutto un progetto politico trasversale che mira al coinvolgimento e alla responsabilizzazione dei soggetti che possono e devono essere coinvolti, ma non le banche se non come donatori e mai come gestori del credito. Si ritornebbe altrimenti ai condizionamenti di poco prima con BASILEA 2.
I livelli di adesione
Possiamo immaginare diversi livelli di adesione all’Albo Etico
– donazioni in denaro più o meno importanti
– donazioni in attrezzature e tecnologìe 1)
– donazioni di immobili o comodato o ristrutturazioni 2)
– contratti di consulenza, di distribuzione, di fornitura 3)
1) riguarda professionisti e artigiani che hanno attrezzature obsolete o addirittura le hanno perse, l’aggiornamento di software
2) riguarda la possibilità di aprire nuovi spazi di proprietà privata per il lavoro (molti professionisti e artigiani non hanno più luogo dove poter ripartire con il lavoro a causa di sfratti per morosità incolpevoli) che possono essere donati o dati in comodato o ancora eseguire le ristrutturazioni di spazi in capo al Comune che spesso si trovano situazioni di degrado e di interventi per la messa a norma davvero importanti.
3) Riguarda aziende che garantiscano nell’arco di un periodo non breve (almeno 1 anno) contratti di collaborazione.

Il diritto ad un’opportunità.

Molte, troppe persone in questo Paese che hanno svolto l’attività come autonomi, indipendenti e professionisti patiscono non solo la mancanza di lavoro ma in primo luogo l’impossibilità di ripartire.
Di tornare a lavorare, pagare le tasse, poter consumare, avere diritto alla serenità, poter vivere insomma.
Troppi cercano oggi la “dignità” – bene primario dell’essere umano – che è stata persa.

E smettiamola anche di sostenere che chi si trova in questa situazione grave “se l’è cercata” perché “prima ha fatto quel che gli pareva” eludendo le regole e le tasse.

Davvero basta!

Cominciamo, ma veramente questa volta, a cercare soluzioni. E facciamolo partendo da dove è possibile, dal piccolo forse ma che è attorno a noi: partiamo dal Comune della nostra città, da Milano. E facciamolo con idee che nascono dalla necessità reale delle persone e dalla concreta attenzione alla vita e non sempre e comunque da grandi promesse che hanno il solo scopo di creare consenso. Vogliamo che chi ci governa e amministra – e che in tanti hanno votato ed eletto – si sporchi le mani e le affondi in quella melma dove molte donne e uomini si trovano e nella quale ogni giorni si affonda sempre più.

Certo è difficile, scomodo, spesso imbarazzante poiché è un tema trasversale e non appartiene a una forza politica o all’altra. Per noi, per l’Associazione Articoloquattro, in questi anni sarebbe stato facilissimo – e spesso conveniente e grande collettore di consensi – mutuare il “forconismo” e il malcontento. Troppo facile cavalcare il disagio e la povertà contro un “establishment” costituito urlando malessere comunque.

Lo abbiamo fatto con consapevolezza e misura, forse troppo timidamente perché la discrezione fa parte della nostra cultura. Ma quel tempo è terminato e inizia l’epoca, pur mantenendo con forza i princìpi e i metodi che fin qui ci hanno guidato, delle ferme e forti richieste.

Per questo il prossimo 30 gennaio, data nella quale inizia il nostro quinto anno di attività, faremo il punto e sarà occasione di mettere in chiaro – forse con meno riservatezza – di cosa ci sia veramente bisogno in questa città perché rinasca la speranza.

Inizia per noi un nuovo anno.

Tra poche ore si chiude questo 2016 che ha dato segni di confusione e di speranze disattese.

Un anno che ha visto la chiusura di una Consiliatura – quella guidata da Giuliano Pisapia – e l’inizio di quella nuova guidata da Beppe Sala.

Nel 2013, quando nacque l’Associazione Articoloquattro, le aspettative che ci ponemmo erano alte, solidali e sostenibili. In questi anni abbiamo lanciato e svolto il progetto “AscoltaMI – story sharing Milano” in quasi tutti i Consigli di Zona della Città che oggi sono Municipi. Abbiamo ottenuto il patrocinio dagli stessi quasi sempre all’unanimità o a larghissima maggioranza. Abbiamo incontrato donne e uomini che si rivolgevano a noi per raccontarci la loro storia, il loro disagio, a volte anche la disperazione provocata dalla mancanza di lavoro a una età non più giovane e con molte, tante, troppe responsabilità sulle spalle.

Molte altre iniziative come REWORK 3.0, il Protocollo d’intesa con il Servizio Formazione e Lavoro del Comune, il Protocollo di Collaborazione con AFOL Metropolitana si sono succedute in questi anni.

Già dalla nostra nascita proponemmo all’amministrazione comunale, e nello specifico all’Assessorato Politiche del Lavoro guidato allora da Cristina Tajani – come oggi del resto – l’applicazione di un’idea che chiamavamo “contratto sostenibile” ispirandoci al “contratto sociale” di J. J. Rousseau.

Senza inventare nulla o quasi, ma declinando un’antica idea di altri sui temi della contemporaneità che tutti noi viviamo. Si parlava sostanzialmente di facilitazioni fiscali sulla tassazione locale per quelle imprese piccole e medie che avessero offerto contratti collaborazione e/o consulenza – ma anche fornitura di prodotti e servizi – a quelle persone in difficoltà e fatica per la mancanza del lavoro. Dopo sei mesi un funzionario di questo Assessorato ci disse che “così non si poteva fare”. Chiedemmo come si potesse affrontare modificandone delle parti. La risposta fu: “Non si può fare. Buongiorno”. Oggi fortunatamente la rieletta Cristina Tajani a luglio ha pubblicato sui giornali il nuovo approccio del Comune facilitando, dove e come possibile nella tassazione locale, le piccole e medie attività che – per poter continuare o iniziare – ne facciano richiesta.

Evviva! Plaudiamo a questa scelta.

Ma un tema è stato completamente dimenticato: quello di chi – non per colpa sua o volontà truffaldina – è diventato non bancabile e quindi non può in nessun modo accedere al credito bancario o finanziario, credito che gli potrebbe permettere di ripartire, lavorare, ripagare il debito pregresso cresciuto negli anni (stendiamo per adesso un velo su come  banche e finanziarie gestiscono la sofferenza dei cittadini!) e metterlo nelle condizioni di non pesare più sulle casse comunali del Welfare nel sostegno e nell’aiuto quando questo arriva.

Noi già da un anno abbiamo proposto quel che abbiamo voluto chiamare “Albo Etico d’Impresa del Comune di Milano” e che, attraverso precise regole e modalità da costruire con l’Amministrazione di Milano, potrebbe offrire a molte donne e uomini di questa Città – ma in futuro anche nel Paese – l’opportunità di avere finanziamenti (da restituire nel tempo!) senza dover accedere a istituti di credito o finanziarie che fanno riferimento a Centrali nelle quali ci si trova bollati e marchiati come non bancabili.

Ora ci auguriamo, ma questa volta davvero, che il Comune ci ascolti e che, insieme, si lavori alla costruzione reale e vera di questa proposta.

1° TAVOLO PERMANENTE PER IL LAVORO

tavolo-3127489944402821119Giovedì 7 luglio 2016 la nostra Associazione propone la prima assemblea pubblica alla quale invita tutti Cittadini che hanno a cuore la questione gravissima della mancanza di lavoro a MIlano e nel resto del Paese. Lo chiedono le donne e gli uomini che svolgono o che hanno svolto la loro attività nel vastissimo mondo del lavoro autonomo. Additati per anni come “evasori”, mai agglomerati in un sindacato, privi di ogni coscienza di classe hanno deciso che è giunto il momento di incontrarsi e guardarsi in faccia per costruire insieme le nuove e indispensabili basi affinché si possano presentare al nuovo Sindaco per questa futura Consiliatura idee credibili e costruttive.

Non polemica, non lamento, non protesta.

Ci troveremo tutti attorno a un tavolo vuoto su cui, nel tempo non lungo, poggiare le nostre idee  semplici ma possibili, innovative ma non onerose, etiche e sostenibili.

Perché è giunta l’ora di smettere di farsi le scarpe!

L’appuntamento dunque è per le 21.00 di giovedì 7 luglio presso lo Spazio Melampo in Via Carlo Tenca 7 raggiungibile facilmente con la MM3 fermata REPUBBLICA.