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Milano 2 ottobre 2015

Milano, città fondata sul lavoro

di Duccio Monnini

Articoloquattro, con la sua rete innovativa di lavoro indipendente Rework 3.0, sarà presente a PEER MILANO, evento non stop che si terrà a Milano, allo spazio Ex Ansaldo dal 3 al 4 ottobre 2015.
Dalle 16:00 in poi parteciperemo al tavolo “Milano, città fondata sul lavoro” per portare 12088095_154972928185090_8639555027217404402_nrappresentanza e istanze a riguardo della situazione del lavoro autonomo a Milano.

Da un’inchiesta del Politecnico di Milano del 2010 alla fine del 2009 erano 25.000 le famiglie di piccoli autonomi a partita IVA in gravissimo disagio economico nella sola area metropolitana milanese. Parliamo di partite IVA vere, per scelta, non per ricatto, persone che non desiderano essere assunte ma vogliono esercitare la professione per la quale hanno investito impegno, denaro, l’intera propria vita. Con curriculum di tutto rispetto. Un bacino di competenze sprecate che non genererà solo un danno in termini di tenuta sociale, ma anche economico. Il progredire della crisi negli anni successivi ha almeno raddoppiato questa emergenza. Si tratta di un’emergenza che se non considerata e gestita dalla sinistra (pare che solo il Manifesto se ne stia occupando da un anno a questa parte) finirà, nell’abbandono e nel silenzio assordante generale, per portare voti alla destra. Voti peraltro inutili perché la destra non risolverà il problema. Lo sa bene la nostra Associazione Articoloquattro che di questa emergenza si occupa da anni. La prima cosa che deve accadere a Milano è la presa di coscienza di questa emergenza, che per peculiarità dei soggetti coinvolti resta nell’invisibilità. Il professionista in disagio si vergogna della propria situazione, non ne parla e diventa invisibile, alla coda per il pane. Di questo ci stiamo occupando attraverso il progetto Ascoltami, con punti di condivisione del disagio per i lavoratori autonomi presenti in quasi tutti i CDZ di Milano. La seconda cosa che va fatta è uscire dalla superstizione neoliberista della crescita infinita e della difesa ad oltranza di un modello unico di lavoro, che a causa della trasformazione del capitale da economico a finanziario, non è più sostenibile: non è più vero che il lavoro lo creano gli imprenditori. Non importa loro più nulla, guadagnano di più investendo in borsa e nel debito delle nazioni. La nostra associazione per dare una risposta al problema ha costituito 2 anni fa una rete solidale di lavoro indipendente che adesso conta una quarantina di iscritti ma è in crescita. Si tratta di un nuovo modello di lavoro che si basa sulla solidarietà fra appartenenti alla potenziale “classe cognitiva”, nella convinzione che i lavoratori siano tutti uguali e debbano godere degli stessi diritti, ma che nessuna categoria di lavoratori possa godere di diritti lasciando indietro le altre, o peggio a scapito di esse. Abbiamo chiamato questo progetto Rework 3.0. La rete si fonda su un protocollo attuativo etico e deontologico molto vincolante: Nessuno in rete vede l’altro come un competitor ma come un’occasione di sviluppare relazioni, conoscenza e lavoro. E’ aperta a giovani e anziani in modo da ricostruire la trasmissione bidirezionale del sapere. Il lavoro è distibuito internamente in base al principio della priorità al maggiore stato di disagio. Il benessere del singolo viene dal benessere collettivo. Rifiutiamo il principio dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, perciò non abbiamo una ragione sociale né proprietaria né collettiva, perché questo ci obbligherebbe ad applicare un margine di profitto societario sulle prestazioni erogate e a ricaricare i costi di struttura. Siamo la somma delle ragioni sociali degli aderenti alla rete e la fatturazione delle competenze come il pagamento delle relative imposte avviene su base del singolo professionista. Siamo però strutturati con un coordinamento di rete che garantisce alla committenza un unico interlocutore e la formazione di team di lavoro qualificati. L’assenza di margini di profitto e costi di struttura garantisce alla committenza un risparmio che va dal 30% al 50% sui costi di mercato attuali delle prestazioni professionali, e contemporaneamente garantisce ai lavoratori professionisti un compenso equo e non sottopagato. Il modello di rete è replicabile sul territorio, creando due effetti concreti positivi, oltre alla ripresa del lavoro nei settori di nostra competenza e per conseguenza nell’indotto: l’innalzamento degli standard qualitativi locali, potendo la rete prestar competenze dove localmente mancano e muovere il lavoro sul territorio aprendo nuove nicchie dove non esistevano.
Duccio Monnini, Direttore Rework 3.0, Articoloquattro APS.